martedì 7 febbraio 2017

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2017 

La Parola è un dono. L'altro è un dono.

Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» ( Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell'amicizia con il Signore. Gesù è l 'amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).
La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l'elemosina. Alla base di tutto c'è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell'uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19- 31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.
1. L'altro è un dono
La parabola comincia presentando i due personaggi principali , ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l'uomo degradato e umiliato.
La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale. Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).
Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all'altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell'uomo ricco.
2. Il peccato ci acceca
La parabola è impietosa nell'evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come "ricco". La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell'argento e dell'oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro. Dunque la ricchezza di quest'uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l'amore per il denaro, la vanità e la superbia (cfr Omelia nella S. Messa, 20 settembre 2013).
Dice l'apostolo Paolo che «l'avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 10). Essa è il principale motivo della corruzione e fonte di invidie, litigi e sospetti. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 55). Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.
La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l'apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell'esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).
Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L'uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l'uomo corrotto dall'amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell'attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.
Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l'amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).
3. La Parola è un dono
Il Vangelo del ricco e del povero Lazzaro ci aiuta a prepararci bene alla Pasqua che si avvicina. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell'aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).
Anche il nostro sguardo si apre all'aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.
Solo tra i tormenti dell'aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po' di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell'aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.
La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all'obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31).
In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell'incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore - che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore - ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi. Incoraggio tutti i fedeli ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell'incontro nell'unica famiglia umana. Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua.


Dal Vaticano, 18 ottobre 2016,
Festa di San Luca Evangelista
FRANCESCO

martedì 24 gennaio 2017

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).
Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo

L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno).
Vorrei che questo messaggio potesse raggiungere e incoraggiare tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione. Vorrei esortare tutti ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia.
Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle “cattive notizie” (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.
Vorrei dunque offrire un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”.
La buona notizia       
La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?
Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). Con queste parole l’evangelista Marco inizia il suo racconto, con l’annuncio della “buona notizia” che ha a che fare con Gesù, ma più che essere un’informazione su Gesù, è piuttostola buona notizia che è Gesù stesso. Leggendo le pagine del Vangelo si scopre, infatti, che il titolo dell’opera corrisponde al suo contenuto e, soprattutto, che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.
Questa buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte integrante del suo amore per il Padre e per l’umanità. In Cristo, Dio si è reso solidale con ogni situazione umana, rivelandoci che non siamo soli perché abbiamo un Padre che mai può dimenticare i suoi figli. «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5): è la parola consolante di un Dio che da sempre si coinvolge nella storia del suo popolo. Nel suo Figlio amato, questa promessa di Dio – “sono con te” – arriva ad assumere tutta la nostra debolezza fino a morire della nostra morte. In Lui anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita. Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento. Si tratta di una speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5) e fa germogliare la vita nuova come la pianta cresce dal seme caduto. In questa luce ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire.
La fiducia nel seme del regno
Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).
Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.
Gli orizzonti dello Spirito
La speranza fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo e ci spinge a contemplarlo nella cornice liturgica della festa dell’Ascensione. Mentre sembra che il Signore si allontani da noi, in realtà si allargano gli orizzonti della speranza. Infatti, ogni uomo e ogni donna, in Cristo, che eleva la nostra umanità fino al Cielo, può avere piena libertà di «entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,19-20). Attraverso «la forza dello Spirito Santo» possiamo essere «testimoni» e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, «fino ai confini della terra» (cfr At 1,7-8).
La fiducia nel seme del Regno di Dio e nella logica della Pasqua non può che plasmare anche il nostro modo di comunicare. Tale fiducia che ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona.
Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. Noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato “ristampato” in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti “canali” viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2017

Francesco

sabato 7 gennaio 2017



Angelus dell' Epifania. Non dedichiamo a Gesù solo ritagli di tempo. Dono del Papa distribuito dai poveri
Il Papa mostra il libro sulla Misericordia che ha donato ai presenti - AP


Impariamo dai Magi a non dedicare a Gesù solo i ritagli di tempo e qualche pensiero ogni tanto, altrimenti non avremo la sua luce. Come i Magi, mettiamoci in cammino, rivestiamoci di luce seguendo la stella di Gesù, e adoriamo il Signore con tutto noi stessi". Con questo pensiero Papa Francesco ha salutato le migliaia di persone raccolte in piazza San Pietro per l'Angelus dell'Epifania, alle quali ha donato un libro sulla Misericordia distribuito dai poveri presenti. 
Come i Magi scelsero di farsi guidare dalla stella di Gesù - ha detto il Papa "anche nella nostra vita ci sono diverse stelle, luci che brillano e orientano. Sta a noi scegliere quali seguire".

"Ci sono luci intermittenti, che vanno e vengono, come le piccole soddisfazioni della vita: anche se buone, non bastano, perché durano poco e non lasciano la pace che cerchiamo. Ci sono poi le luci abbaglianti della ribalta, dei soldi e del successo, che promettono tutto e subito: sono seducenti, ma con la loro forza, accecano e fanno passare dai sogni di gloria al buio più fitto". 

I Magi ci invitano a seguire la luce vera che è il Signore - ha affermato Francesco - "una luce che non abbaglia, ma accompagna e dona una gioia unica. Segui oggi, tra le tante stelle cadenti del mondo, la stella luminosa di Gesù! Seguendola, avremo la gioia, come accadde ai Magi". 

"Vorrei, con tanto rispetto, invitare tutti a non avere paura di questa luce e ad aprirsi al Signore. Soprattutto vorrei dire a chi ha perso la forza di cercare, a chi, sovrastato dalle oscurità della vita, ha spento il desiderio: Coraggio, la luce di Gesù sa vincere le tenebre più oscure”.

Chi vuole questa luce - ha continuato il Papa - esce da sé e cerca: non rimane al chiuso, fermo a guardare cosa succede attorno, ma mette in gioco la propria vita. La vita cristiana è un cammino continuo, fatto di speranza e di ricerca; un cammino che, come quello dei Magi, prosegue anche quando la stella sparisce momentaneamente dalla vista.

"In questo cammino ci sono anche delle insidie che vanno evitate: le chiacchiere superficiali e mondane, che frenano il passo; i capricci paralizzanti dell’egoismo; le buche del pessimismo, che intrappola la speranza".

I Magi, quando hanno trovato il Bambino - ha concluso Francesco - non dissero solo una preghiera di circostanza, ma adorarono: entrarono in una comunione personale di amore con Gesù. Poi gli donarono oro, incenso e mirra, ovvero i loro beni più preziosi.

"Impariamo dai Magi a non dedicare a Gesù solo i ritagli di tempo e qualche pensiero ogni tanto, altrimenti non avremo la sua luce. Come i Magi, mettiamoci in cammino, rivestiamoci di luce seguendo la stella di Gesù, e adoriamo il Signore con tutto noi stessi".
Al termine della preghiera mariana, il pensiero del Papa è andato alle comunità ecclesiali dell'Oriente che domani celebrano il Natale; ha ricordato l'odierna Giornata dell'Infanzia Missionaria ed ha salutato i vari gruppi presenti. Prima di congedarsi, Francesco ha voluto donare ai presenti un piccolo opuscolo sulla Misericordia che è stato distribuito dagli oltre 300 poveri presenti in Piazza San Pietro, ai quali il Papa ha offerto un tramezzino ed una bevanda.

“I Magi offrono a Gesù i loro doni, e parlando di doni, anche io ho pensato di farvi un piccolo dono: mancano i cammelli, ma vi darò il dono. Il libretto 'Icone di misericordia'. Il dono di Dio è Gesù, misericordia del Padre; e per questo, per ricordare questo dono di Dio, vi darò questo dono che vi verrà distribuito dai poveri, dai senzatetto e dai profughi, insieme a molti volontari e religiosi che saluto cordialmente e ringrazio di vero cuore.
Roberto Piermarini.

Angelus di Papa Francesco 06-01-2017

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Prima della preghiera dell’Angelus, Papa Francesco ha invitato ad imparare dai Magi a seguire la luce stabile e gentile di Cristo. Al termine i poveri distribuiscono un volumetto sulle “Icone di misericordia”.
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Papa Francesco, nella messa per la solennità dell’Epifania del Signore, ha confrontato il cammino dei Magi, dal cuore non anestetizzato, alla paura di Erode chiuso nel culto di sé e della “vittoria a tutti i costi”.

sabato 31 dicembre 2016

MESSAGE OF  POPE FRANCISFOR THE CELEBRATION OF THE 
FIFTIETH WORLD DAY OF PEACE
1 JANUARY 2017

Nonviolence: a Style of Politics for Peace
1. At the beginning of this New Year, I offer heartfelt wishes of peace to the world’s peoples and nations, to heads of state and government, and to religious, civic and community leaders. I wish peace to every man, woman and child, and I pray that the image and likeness of God in each person will enable us to acknowledge one another as sacred gifts endowed with immense dignity. Especially in situations of conflict, let us respect this, our “deepest dignity”,[1] and make active nonviolence our way of life.
This is the fiftieth Message for the World Day of Peace. In the first, Blessed Pope Paul VI addressed all peoples, not simply Catholics, with utter clarity. “Peace is the only true direction of human progress – and not the tensions caused by ambitious nationalisms, nor conquests by violence, nor repressions which serve as mainstay for a false civil order”. He warned of “the danger of believing that international controversies cannot be resolved by the ways of reason, that is, by negotiations founded on law, justice, and equity, but only by means of deterrent and murderous forces.” Instead, citing the encyclical Pacem in Terris of his predecessor Saint John XXIII, he extolled “the sense and love of peace founded upon truth, justice, freedom and love”. [2] In the intervening fifty years, these words have lost none of their significance or urgency.
On this occasion, I would like to reflect on nonviolence as a style of politics for peace. I ask God to help all of us to cultivate nonviolence in our most personal thoughts and values. May charity and nonviolence govern how we treat each other as individuals, within society and in international life. When victims of violence are able to resist the temptation to retaliate, they become the most credible promotors of nonviolent peacemaking. In the most local and ordinary situations and in the international order, may nonviolence become the hallmark of our decisions, our relationships and our actions, and indeed of political life in all its forms.
A broken world
2. While the last century knew the devastation of two deadly World Wars, the threat of nuclear war and a great number of other conflicts, today, sadly, we find ourselves engaged in a horrifying world war fought piecemeal. It is not easy to know if our world is presently more or less violent than in the past, or to know whether modern means of communications and greater mobility have made us more aware of violence, or, on the other hand, increasingly inured to it.
In any case, we know that this “piecemeal” violence, of different kinds and levels, causes great suffering: wars in different countries and continents; terrorism, organized crime and unforeseen acts of violence; the abuses suffered by migrants and victims of human trafficking; and the devastation of the environment. Where does this lead? Can violence achieve any goal of lasting value? Or does it merely lead to retaliation and a cycle of deadly conflicts that benefit only a few “warlords”?
Violence is not the cure for our broken world. Countering violence with violence leads at best to forced migrations and enormous suffering, because vast amounts of resources are diverted to military ends and away from the everyday needs of young people, families experiencing hardship, the elderly, the infirm and the great majority of people in our world. At worst, it can lead to the death, physical and spiritual, of many people, if not of all.
The Good News
3. Jesus himself lived in violent times. Yet he taught that the true battlefield, where violence and peace meet, is the human heart: for “it is from within, from the human heart, that evil intentions come” (Mk 7:21). But Christ’s message in this regard offers a radically positive approach. He unfailingly preached God’s unconditional love, which welcomes and forgives. He taught his disciples to love their enemies (cf. Mt 5:44) and to turn the other cheek (cf. Mt 5:39). When he stopped her accusers from stoning the woman caught in adultery (cf. Jn 8:1-11), and when, on the night before he died, he told Peter to put away his sword (cf. Mt26:52), Jesus marked out the path of nonviolence. He walked that path to the very end, to the cross, whereby he became our peace and put an end to hostility (cf. Eph 2:14-16). Whoever accepts the Good News of Jesus is able to acknowledge the violence within and be healed by God’s mercy, becoming in turn an instrument of reconciliation. In the words of Saint Francis of Assisi: “As you announce peace with your mouth, make sure that you have greater peace in your hearts”.[3]
To be true followers of Jesus today also includes embracing his teaching about nonviolence. As my predecessor Benedict XVI observed, that teaching “is realistic because it takes into account that in the world there is too much violence, too much injustice, and therefore that this situation cannot be overcome except by countering it with more love, with more goodness. This ‘more’comes from God”.[4] He went on to stress that: “For Christians, nonviolence is not merely tactical behaviour but a person’s way of being, the attitude of one who is so convinced of God’s love and power that he or she is not afraid to tackle evil with the weapons of love and truth alone. Love of one’s enemy constitutes the nucleus of the ‘Christian revolution’”.[5] The Gospel command to love your enemies (cf. Lk 6:27) “is rightly considered the magna carta of Christian nonviolence. It does not consist in succumbing to evil…, but in responding to evil with good (cf. Rom 12:17-21), and thereby breaking the chain of injustice”.[6]
More powerful than violence
4. Nonviolence is sometimes taken to mean surrender, lack of involvement and passivity, but this is not the case. When Mother Teresa received the Nobel Peace Prize in 1979, she clearly stated her own message of active nonviolence: “We in our family don’t need bombs and guns, to destroy to bring peace – just get together, love one another… And we will be able to overcome all the evil that is in the world”.[7] For the force of arms is deceptive. “While weapons traffickers do their work, there are poor peacemakers who give their lives to help one person, then another and another and another”; for such peacemakers, Mother Teresa is “a symbol, an icon of our times”.[8] Last September, I had the great joy of proclaiming her a Saint. I praised her readiness to make herself available for everyone “through her welcome and defence of human life, those unborn and those abandoned and discarded… She bowed down before those who were spent, left to die on the side of the road, seeing in them their God-given dignity; she made her voice heard before the powers of this world, so that they might recognize their guilt for the crimes – the crimes! – of poverty they created”.[9] In response, her mission – and she stands for thousands, even millions of persons – was to reach out to the suffering, with generous dedication, touching and binding up every wounded body, healing every broken life.
The decisive and consistent practice of nonviolence has produced impressive results. The achievements of Mahatma Gandhi and Khan Abdul Ghaffar Khan in the liberation of India, and of Dr Martin Luther King Jr in combating racial discrimination will never be forgotten. Women in particular are often leaders of nonviolence, as for example, was Leymah Gbowee and the thousands of Liberian women, who organized pray-ins and nonviolent protest that resulted in high-level peace talks to end the second civil war in Liberia.
Nor can we forget the eventful decade that ended with the fall of Communist regimes in Europe. The Christian communities made their own contribution by their insistent prayer and courageous action. Particularly influential were the ministry and teaching of Saint John Paul II. Reflecting on the events of 1989 in his 1991 Encyclical Centesimus Annus, my predecessor highlighted the fact that momentous change in the lives of people, nations and states had come about “by means of peaceful protest, using only the weapons of truth and justice”.[10] This peaceful political transition was made possible in part “by the non-violent commitment of people who, while always refusing to yield to the force of power, succeeded time after time in finding effective ways of bearing witness to the truth”. Pope John Paul went on to say: “May people learn to fight for justice without violence, renouncing class struggle in their internal disputes and war in international ones”.[11]
The Church has been involved in nonviolent peacebuilding strategies in many countries, engaging even the most violent parties in efforts to build a just and lasting peace.
Such efforts on behalf of the victims of injustice and violence are not the legacy of the Catholic Church alone, but are typical of many religious traditions, for which “compassion and nonviolence are essential elements pointing to the way of life”.[12] I emphatically reaffirm that “no religion is terrorist”.[13] Violence profanes the name of God.[14] Let us never tire of repeating: “The name of God cannot be used to justify violence. Peace alone is holy. Peace alone is holy, not war!”[15]
The domestic roots of a politics of nonviolence
5. If violence has its source in the human heart, then it is fundamental that nonviolence be practised before all else within families. This is part of that joy of love which I described last March in my Exhortation Amoris Laetitia, in the wake of two years of reflection by the Church on marriage and the family. The family is the indispensable crucible in which spouses, parents and children, brothers and sisters, learn to communicate and to show generous concern for one another, and in which frictions and even conflicts have to be resolved not by force but by dialogue, respect, concern for the good of the other, mercy and forgiveness.[16] From within families, the joy of love spills out into the world and radiates to the whole of society.[17] An ethics of fraternity and peaceful coexistence between individuals and among peoples cannot be based on the logic of fear, violence and closed-mindedness, but on responsibility, respect and sincere dialogue. Hence, I plead for disarmament and for the prohibition and abolition of nuclear weapons: nuclear deterrence and the threat of mutual assured destruction are incapable of grounding such an ethics.[18] I plead with equal urgency for an end to domestic violence and to the abuse of women and children.
The Jubilee of Mercy that ended in November encouraged each one of us to look deeply within and to allow God’s mercy to enter there. The Jubilee taught us to realize how many and diverse are the individuals and social groups treated with indifference and subjected to injustice and violence. They too are part of our “family”; they too are our brothers and sisters. The politics of nonviolence have to begin in the home and then spread to the entire human family. “Saint Therese of Lisieux invites us to practise the little way of love, not to miss out on a kind word, a smile or any small gesture which sows peace and friendship. An integral ecology is also made up of simple daily gestures that break with the logic of violence, exploitation and selfishness”.[19]
My invitation
6. Peacebuilding through active nonviolence is the natural and necessary complement to the Church’s continuing efforts to limit the use of force by the application of moral norms; she does so by her participation in the work of international institutions and through the competent contribution made by so many Christians to the drafting of legislation at all levels. Jesus himself offers a “manual” for this strategy of peacemaking in the Sermon on the Mount. The eight Beatitudes (cf. Mt 5:3-10) provide a portrait of the person we could describe as blessed, good and authentic. Blessed are the meek, Jesus tells us, the merciful and the peacemakers, those who are pure in heart, and those who hunger and thirst for justice.
This is also a programme and a challenge for political and religious leaders, the heads of international institutions, and business and media executives: to apply the Beatitudes in the exercise of their respective responsibilities. It is a challenge to build up society, communities and businesses by acting as peacemakers. It is to show mercy by refusing to discard people, harm the environment, or seek to win at any cost. To do so requires “the willingness to face conflict head on, to resolve it and to make it a link in the chain of a new process”.[20] To act in this way means to choose solidarity as a way of making history and building friendship in society. Active nonviolence is a way of showing that unity is truly more powerful and more fruitful than conflict. Everything in the world is inter-connected.[21] Certainly differences can cause frictions. But let us face them constructively and non-violently, so that “tensions and oppositions can achieve a diversified and life-giving unity,” preserving “what is valid and useful on both sides”.[22]
I pledge the assistance of the Church in every effort to build peace through active and creative nonviolence. On 1 January 2017, the new Dicastery for Promoting Integral Human Development will begin its work. It will help the Church to promote in an ever more effective way “the inestimable goods of justice, peace, and the care of creation” and concern for “migrants, those in need, the sick, the excluded and marginalized, the imprisoned and the unemployed, as well as victims of armed conflict, natural disasters, and all forms of slavery and torture”.[23] Every such response, however modest, helps to build a world free of violence, the first step towards justice and peace.
In conclusion
7. As is traditional, I am signing this Message on 8 December, the Solemnity of the Immaculate Conception of the Blessed Virgin Mary. Mary is the Queen of Peace. At the birth of her Son, the angels gave glory to God and wished peace on earth to men and women of good will (cf. Luke 2:14). Let us pray for her guidance.
“All of us want peace. Many people build it day by day through small gestures and acts; many of them are suffering, yet patiently persevere in their efforts to be peacemakers”.[24] In 2017, may we dedicate ourselves prayerfully and actively to banishing violence from our hearts, words and deeds, and to becoming nonviolent people and to building nonviolent communities that care for our common home. “Nothing is impossible if we turn to God in prayer. Everyone can be an artisan of peace”.[25]
Franciscus

[1] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 228.
[2] PAUL VI, Message for the First World Day of Peace, 1 January 1968.
[3] “The Legend of the Three Companions”, Fonti Francescane, No. 1469.
[4] BENEDICT XVI, Angelus, 18 February 2007.
[5] Ibid.
[6] Ibid.
[7] MOTHER TERESA, Nobel Lecture, 11 December 1979.
[8] Meditation, “The Road of Peace”, Chapel of the Domus Sanctae Marthae, 19 November 2015.
[9] Homily for the Canonization of Mother Teresa of Calcutta, 4 September 2016.
[10] No. 23.
[11] Ibid.
[12] Address to Representatives of Different Religions, 3 November 2016.
[13] Address to the Third World Meeting of Popular Movements, 5 November 2016.
[14] Cf. Address at the Interreligious Meeting with the Sheikh of the Muslims of the Caucasus and Representatives of Different Religious Communities, Baku, 2 October 2016.
[15]Address in Assisi, 20 October 2016.
[16] Cf. Post-Synodal Apostolic Exhortation Amoris Laetitia, 90-130.
[17] Cf. ibid., 133, 194, 234.
[18] Cf. Message for the Conference on the Humanitarian Impact of Nuclear Weapons, 7 December 2014.
[19] Encyclical Laudato Si’, 230.
[20] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 227.
[21] Cf. Encyclical Laudato Si’, 16, 117, 138.
[22] Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 228.
[23] Apostolic Letter issued Motu Proprio instituting the Dicastery for Promoting Integral Human Development, 17 August 2016.
[24] Regina Coeli, Bethlehem, 25 May 2014.
[25]Appeal, Assisi, 20 September 2016.