martedì 30 maggio 2017

BLUE WHALE - CONSIGLI

Il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni sta coordinando gli interventi attivati a seguito delle numerose segnalazioni pervenute ed in trattazione degli Uffici territoriali della Polizia Postale al fine di individuare la presenza di eventuali soggetti che si dedicano ad indurre minorenni ad atti di autolesionismo ed al suicidio attraverso l’uso di canali social e app ovvero di intercettare fenomeni di emulazione nei quali pericolosamente possono incorrere i più giovani in Rete in preda alle mode del momento o guidati da un’improvvida fragilità magari condivisa con un gruppo di coetanei.
Stiamo parlando del blue whale challenge, una discussa pratica che sembrerebbe provenire dalla Russia che viene proposta come una sfida in cui un così detto “curatore” manipola la volontà e suggestiona i ragazzi sino ad indurli, attraverso una serie di 50 azioni, al suicidio.
CONSIGLI PRATICI PER I GENITORI:
• Il Blue Whale è una pratica che può suggestionare i ragazzi ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo, azioni pericolose (sporgersi da palazzi, cornicioni, finestre etc) sino ad arrivare al suicidio. Questa suggestione può essere operata dalla volontà di un adulto che aggancia via web e induce la vittima alla progressione nelle 50 tappe della pratica oppure da gruppi whatsapp o sui social nei quali i ragazzi si confrontano sulle varie tappe, si fomentano reciprocamente, si incitano a progredire nelle azioni pericolose previste dalla pratica, mantenendo gli adulti significativi ostinatamente all’oscuro;
• Aumentate il dialogo sui temi della sicurezza in rete: parlate con i ragazzi di quello che i media dicono e cercate di far esprimere loro un’opinione su questo fenomeno;
• Prestate attenzione a cambiamenti repentini di rendimento scolastico, socializzazione, ritmo sonno veglia: alcuni passi prevedono di autoinfliggersi ferite, di svegliarsi alle 4,20 del mattino per vedere video horror, ascoltare musica triste.
• Se avete il sospetto che vostro figlio frequenti spazi web sulla Balena Blu-Blue Whale parlatene senza esprimere giudizi, senza drammatizzare né sminuire: può capitare che quello che agli adulti sembra “roba da ragazzi” per i ragazzi sia determinante;
• Se vostro figlio/a vi racconta che c’è un compagno/a che partecipa alla sfida Balena Blue-Blue-Whale, non esitate a comunicarlo ai genitori del ragazzo se avete un rapporto confidenziale, o alla scuola se non conoscete la famiglia; se non siete in grado di identificare con certezza il ragazzo/a in pericolo recatevi presso un ufficio di Polizia o segnalate i fatti a www.commissariatodips.it;
AI RAGAZZI:
• Nessuna sfida con uno sconosciuto può mettere in discussione il valore della tua vita: segnala chi cerca di indurti a farti del male, a compiere autolesionismo, ad uccidere animali, a rinunciare alla vita su www.commissariatodips.it;
• Ricorda che anche se ti sei lasciato convincere a compiere alcuni passi della pratica Blue Whale non sei obbligato a proseguire: parlane con qualcuno, chiedi aiuto, chi ti chiede ulteriori prove cerca solo di dimostrare che ha potere su di te;
• Se conosci un coetaneo che dice di essere una balena Blu-blue whale parlane con un adulto: potrebbe essere vittima di una manipolazione psicologica e il tuo aiuto potrebbe farlo uscire dalla solitudine e dalla sofferenza;
• Se qualcuno ti ha detto di essere un “curatore” per la sfida Blue Whales-Balena Blu sappi che potrebbe averlo proposto ad altri bambini e ragazzi: parlane con qualcuno di cui ti fidi e segnala subito chi cerca di manipolare e indurre dolore e sofferenza ai più piccoli a www.commissariatodips.it;
• Se sei stato aggiunto a gruppi whatsapp, Facebook, Istagram, Twitter o altri social che parlano delle azioni della Balena Blu-Blue Whale parlane con i tuoi genitori o segnalalo subito suwww.commissariatodips.it;

domenica 28 maggio 2017


MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
PER LA 51ma GIORNATA MONDIALE
DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5).
Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo



L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr Cassiano il Romano, Lettera a Leonzio Igumeno).

Vorrei che questo messaggio potesse raggiungere e incoraggiare tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione. Vorrei esortare tutti ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia.

Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle “cattive notizie” (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.

Vorrei dunque offrire un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”.

La buona notizia 

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?

Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). Con queste parole l’evangelista Marco inizia il suo racconto, con l’annuncio della “buona notizia” che ha a che fare con Gesù, ma più che essere un’informazione su Gesù, è piuttostola buona notizia che è Gesù stesso. Leggendo le pagine del Vangelo si scopre, infatti, che il titolo dell’opera corrisponde al suo contenuto e, soprattutto, che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.

Questa buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte integrante del suo amore per il Padre e per l’umanità. In Cristo, Dio si è reso solidale con ogni situazione umana, rivelandoci che non siamo soli perché abbiamo un Padre che mai può dimenticare i suoi figli. «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5): è la parola consolante di un Dio che da sempre si coinvolge nella storia del suo popolo. Nel suo Figlio amato, questa promessa di Dio – “sono con te” – arriva ad assumere tutta la nostra debolezza fino a morire della nostra morte. In Lui anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita. Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento. Si tratta di una speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5) e fa germogliare la vita nuova come la pianta cresce dal seme caduto. In questa luce ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire.

La fiducia nel seme del regno

Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).

Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.

Gli orizzonti dello Spirito

La speranza fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo e ci spinge a contemplarlo nella cornice liturgica della festa dell’Ascensione. Mentre sembra che il Signore si allontani da noi, in realtà si allargano gli orizzonti della speranza. Infatti, ogni uomo e ogni donna, in Cristo, che eleva la nostra umanità fino al Cielo, può avere piena libertà di «entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,19-20). Attraverso «la forza dello Spirito Santo» possiamo essere «testimoni» e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, «fino ai confini della terra» (cfr At 1,7-8).

La fiducia nel seme del Regno di Dio e nella logica della Pasqua non può che plasmare anche il nostro modo di comunicare. Tale fiducia che ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona.

Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. Noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato “ristampato” in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti “canali” viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza.

Francesco

domenica 30 aprile 2017


INCONTRO DI PAPA  FRANCESCO
CON L'AZIONE CATTOLICA ITALIANA
Piazza San Pietro
Domenica, 30 aprile 2017

Cari amici dell’Azione Cattolica, buongiorno!
sono davvero felice di incontrarvi oggi, così numerosi e in festa per il 150° anniversario di fondazione della vostra Associazione. Vi saluto tutti con affetto ad iniziare dall’Assistente generale e dal Presidente nazionale, che ringrazio per le parole con cui hanno introdotto questo incontro. La nascita dell’Azione Cattolica Italiana fu un sogno, nato dal cuore di due giovani, Mario Fani e Giovanni Acquaderni, che è diventato nel tempo cammino di fede per molte generazioni, vocazione alla santità per tantissime persone: ragazzi, giovani e adulti che sono diventati discepoli di Gesù e, per questo, hanno provato a vivere come testimoni gioiosi del suo amore nel mondo. Anche per me è un po’ aria di famiglia: mio papà, mia nonna, erano dell’Azione cattolica!
È una storia bella e importante, per la quale avete tante ragioni di essere grati al Signore e per la quale la Chiesa vi è riconoscente. È la storia di un popolo formato da uomini e donne di ogni età e condizione, che hanno scommesso sul desiderio di vivere insieme l’incontro con il Signore: piccoli e grandi, laici e pastori, insieme, indipendentemente dalla posizione sociale, dalla preparazione culturale, dal luogo di provenienza. Fedeli laici che in ogni tempo hanno condiviso la ricerca delle strade attraverso cui annunciare con la propria vita la bellezza dell’amore di Dio e contribuire, con il proprio impegno e la propria competenza, alla costruzione di una società più giusta, più fraterna, più solidale. È una storia di passione per il mondo e per la Chiesa - ricordavo quando vi ho parlato di un libro scritto in Argentina nel ’37 che diceva:  “Azione cattolica e passione cattolica”! - e dentro di questa storia cui sono cresciute figure luminose di uomini e donne di fede esemplare, che hanno servito il Paese con generosità e coraggio.
Avere una bella storia alle spalle non serve però per camminare con gli occhi all’indietro, non serve per guardarsi allo specchio, non serve per mettersi comodi in poltrona! Non dimenticare questo: non camminare con gli occhi all’indietro, farete uno schianto! Non guardarsi allo specchio! In tanti siamo brutti, meglio non guardarsi! E non mettersi comodi in poltrona, questo ingrassa e fa male al colesterolo! Fare memoria di un lungo itinerario di vita aiuta a rendersi consapevoli di essere popolo che cammina prendendosi cura di tutti, aiutando ognuno a crescere umanamente e nella fede, condividendo la misericordia con cui il Signore ci accarezza. Vi incoraggio a continuare ad essere un popolo di discepoli-missionari che vivono e testimoniano la gioia di sapere che il Signore ci ama di un amore infinito, e che insieme a Lui amano profondamente la storia in cui abitiamo. Così ci hanno insegnato i grandi testimoni di santità che hanno tracciato la strada della vostra associazione, tra i quali mi piace ricordare Giuseppe Toniolo, Armida Barelli, Piergiorgio Frassati, Antonietta Meo, Teresio Olivelli, Vittorio Bachelet. Azione Cattolica, vivi all’altezza della tua storia! Vivi all’altezza di queste donne e questi uomini che vi hanno preceduto.
In questi centocinquanta anni l’Azione Cattolica è sempre stata caratterizzata da un amore grande per Gesù e per la Chiesa. Anche oggi siete chiamati a proseguire la vostra peculiare vocazione mettendovi a servizio delle diocesi, attorno ai Vescovi - sempre -, e nelle parrocchie - sempre -, là dove la Chiesa abita in mezzo alle persone - sempre. Tutto il Popolo di Dio gode i frutti di questa vostra dedizione, vissuta in armonia tra Chiesa universale e Chiesa particolare. È nella vocazione tipicamente laicale a una santità vissuta nel quotidiano che potete trovare la forza e il coraggio per vivere la fede rimanendo lì dove siete, facendo dell’accoglienza e del dialogo lo stile con cui farvi prossimi gli uni agli altri, sperimentando la bellezza di una responsabilità condivisa. Non stancatevi di percorrere le strade attraverso le quali è possibile far crescere lo stile di un’autentica sinodalità, un modo di essere Popolo di Dio in cui ciascuno può contribuire a una lettura attenta, meditata, orante dei segni dei tempi, per comprendere e vivere la volontà di Dio, certi che l’azione dello Spirito Santo opera e fa nuove ogni giorno tutte le cose.
Vi invito a portare avanti la vostra esperienza apostolica radicati in parrocchia, «che non è una struttura caduca» - avete capito bene? La parrocchia non è una struttura caduca! -, perché «è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 28). La parrocchia è lo spazio in cui le persone possono sentirsi accolte così come sono, e possono essere accompagnate attraverso percorsi di maturazione umana e spirituale a crescere nella fede e nell’amore per il creato e per i fratelli. Questo è vero però solo se la parrocchia non si chiude in sé stessa, se anche l’Azione Cattolica che vive in parrocchia non si chiude in sé stessa, ma aiuta la parrocchia perché rimanga «in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi» (ibid.). Per favore, questo no!
Cari soci di Azione Cattolica, ogni vostra iniziativa, ogni proposta, ogni cammino sia esperienza missionaria, destinata all’evangelizzazione, non all’autoconservazione. Il vostro appartenere alla diocesi e alla parrocchia si incarni lungo le strade delle città, dei quartieri e dei paesi. Come è accaduto in questi centocinquanta anni, sentite forte dentro di voi la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico, - mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola! - attraverso  anche la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale. Allargate il vostro cuore per allargare il cuore delle vostre parrocchie. Siate viandanti della fede, per incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti. Ogni vita è vita amata dal Signore, ogni volto ci mostra il volto di Cristo, specialmente quello del povero, di chi è ferito dalla vita e di chi si sente abbandonato, di chi fugge dalla morte e cerca riparo tra le nostre case, nelle nostre città. «Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale» (ibid., 201).
Rimanete aperti alla realtà che vi circonda. Cercate senza timore il dialogo con chi vive accanto a voi, anche con chi la pensa diversamente ma come voi desidera la pace, la giustizia, la fraternità. È nel dialogo che si può progettare un futuro condiviso. È attraverso il dialogo che costruiamo la pace, prendendoci cura di tutti e dialogando con tutti.
Cari ragazzi, giovani e adulti di Azione Cattolica: andate, raggiungete tutte le periferie! Andate, e là siate Chiesa, con la forza dello Spirito Santo.
Vi sostenga la protezione materna della Vergine Immacolata; vi accompagnino l’incoraggiamento e la stima dei Vescovi; come anche la mia Benedizione che di cuore imparto su di voi e sull’intera Associazione. E per favore non dimenticatevi di pregare per me!


mercoledì 26 aprile 2017



Messaggio dei vescovi per la giornata del 1° maggio 2017

Il Lavoro al centro verso la 48ª Settimana sociale dei cattolici in Italia


“Lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno abbiamo annunziato il Vangelo di Dio” (I Ts 2,9)

Il lavoro costituisce una delle frontiere dell’evangelizzazione sin dagli inizi del cristianesimo. In questa direzione si muove la preparazione della prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani che si svolgerà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre col tema: Il lavoro che vogliamo: “libero, creativo, partecipativo e solidale” (EG n. 192). Il testo paolino ci richiama a due aspetti che valgono anche nelle attuali circostanze: il tema della giustizia e del senso del lavoro.
Tra le sfide che caratterizzano la nostra situazione constatiamo un tasso di disoccupazione ancora troppo alto (attorno al 12%, con punte vicine al 40% tra i giovani e vicino al 20% al Sud); 8 milioni di persone a rischio di povertà, spesso a causa di un lavoro precario o mal pagato, più di 4 milioni di italiani in condizione di povertà assoluta. Nonostante la lieve inversione di tendenza registrata negli ultimi anni, il lavoro rimane un’emergenza nazionale. Per tornare a guardare con ottimismo al proprio futuro, l’Italia deve mettere il lavoro al primo posto.
Al di là dei numeri, sono le vite concrete delle persone ciò che ci sta a cuore: ci interpellano le storie dei giovani che non trovano la possibilità di mettere a frutto le proprie qualità, di donne discriminate e trattate senza rispetto, di adulti disoccupati che vedono allontanarsi la possibilità di una nuova occupazione, di immigrati sfruttati e sottopagati.
La soluzione dei problemi economici e occupazionali – così urgente nell'Italia di oggi – non può essere raggiunta senza una conversione spirituale che permetta di tornare ad apprezzare l’integralità dell’esperienza lavorativa.
C’è prima di tutto una questione di giustizia. Se il lavoro oggi manca è perché veniamo  da un’epoca in cui questa fondamentale attività umana ha subito una grave svalorizzazione. La “finanziarizzazione” dell’economia con lo spostamento dell’asse degli interessi dal profitto derivante da una produzione in cui il rispetto del lavoratore era imprescindibile alla crescita dei vantaggi economici provenienti dalle rendite e dalle speculazioni, ha reso il lavoro quasi un inutile corollario. Inoltre, lì dove il lavoro ha continuato ad essere centrale nella produzione della ricchezza, non è stato difeso dallo sfruttamento e da tutta l’opacità cercata da chi ha voluto fare profitto senza rispettare chi gli ha consentito di produrre.
Questo paradigma con le sue storture si rivela sempre meno sostenibile.
Non sarà possibile nessuna reale ripresa economica senza che sia riconosciuto a tutti il diritto al lavoro e promosse le condizioni che lo rendano effettivo (Costituzione Italiana, art.4). Combattere tutte le forme di sfruttamento e sperequazione retributiva, rimane obiettivo prioritario di ogni progresso sociale.
C’è poi una seconda questione legata al senso del lavoro. Il lavoro, infatti, ha una tale profondità antropologica da non poter venire ridotto alla sola, pur importante, dimensione economica.  Il lavoro è, infatti, espressione della creatività che rende l’essere umano simile al suo Creatore. Secondo la tradizione cristiana, il lavoro è sempre associato al senso della vita; come tale esso non può mai essere ridotto a “occupazione”. È questo un tema quanto mai centrale oggi di fronte alla sfida della digitalizzazione che minaccia di marginalizzare l’esperienza lavorativa, oltre che causare la perdita di molti posti di lavoro. Solo un’esperienza lavorativa libera, creativa, partecipativa e solidale potrà permettere ad ognuno di accedere ad una vera «prosperità nei suoi molteplici aspetti» (EG, n. 192).

La questione della giustizia e quella del senso sono strettamente intrecciate tra loro. Infatti, è solo laddove si riconosce la centralità del lavoro che si può generare un valore economico realmente propulsivo per l’intera comunità. E oggi più che mai questa affermazione trova riscontro nella realtà economica. Al di là dei tanti elementi problematici, occorre dunque saper cogliere gli aspetti promettenti che aiutano a pensare alla possibilità di affrontare la sfida e costruire un’economia capace di uno sviluppo sostenibile; sfide che è possibile vincere rimettendo il lavoro al primo posto. È questa anche la chiave per ordinare i diversi ambiti della vita personale e sociale.
A cominciare dalla scuola, che è il primo investimento di una società che pensa al proprio futuro. Una scuola chiamata a formare persone all’altezza delle sfide del tempo e capace di instaurare un interscambio fecondo con il mondo del lavoro.
Ugualmente importante è il ruolo delle imprese che hanno una particolarissima responsabilità nel trovare forme organizzative e contrattuali capaci di valorizzare davvero il lavoro.
Ancora, è importante richiamare qui la questione dell’orario di lavoro e della armonizzazione dei tempi lavoravi e famigliari, tema non più rinviabile, visto l’elevato numero di donne che lavorano.
Infine, preme ricordare la promozione della nuova imprenditorialità, espressione della capacità di iniziativa dell’essere umano, via che può vedere protagonisti soprattutto i giovani.
Occorre annunciare alla società italiana che è proprio tale conversione che può davvero fare ripartire l’intero Paese, nella consapevolezza della grande tradizione imprenditoriale, professionale, artigiana e operaia che abbiamo alle nostre spalle, profondamente intrisa della concezione cristiana.
Per dare impulso a questo impegno, le prossime Settimane Sociali dei cattolici in Italia avranno per tema: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo partecipativo solidale”. Un incontro nel quale la Chiesa italiana intende dare un contributo effettivo alla società italiana, affinché sia finalmente riconquistata la centralità del valore del lavoro. Questo diventa possibile a partire dalla convinzione che sia proprio il lavoro umano a generare quel “valore”, capace di integrare la dimensione economica, anche di fronte ai cambiamenti epocali causati dall’incalzante innovazione tecnologica, con quella sociale e antropologica, di cui tutti oggi sentono il bisogno.
Fin da ora, secondo la metodologia proposta dalla lettera di invito, le Chiese in Italia sono invitate a impegnarsi per elaborare proposte concrete, frutto di esperienze già esistenti nei loro territori, per dare risposta alle sfide che oggi interessano il lavoro nel nostro Paese.
La testimonianza di San Paolo e la gravità del momento invitano ciascuno di noi e le nostre comunità ad implicarci in prima persona per il bene di tutti.

Roma, 25 aprile 2017
La Commissione Episcopale
per i problemi sociali e il lavoro,


la giustizia e la pace

venerdì 14 aprile 2017


VENERDÌ SANTO
PASSIONE DEL SIGNORE
VIA CRUCIS
PRESIEDUTA DA PAPA
FRANCESCO
COLOSSEO
ROMA, 14 APRILE 2017
Meditazioni
di
Anne-Marie Pelletier

INTRODUZIONE

L’Ora è dunque giunta. Il cammino di Gesù sulle strade polverose della Galilea e della Giudea, incontro ai corpi e ai cuori sofferenti, spinto dall’urgenza di annunciare il Regno, questo cammino si ferma qui, oggi. Sulla collina del Golgota. Oggi la croce sbarra la strada. Gesù non andrà più lontano.
Impossibile andare più lontano!
L’amore di Dio riceve qui la sua piena misura, senza misura.
Oggi l’amore del Padre, che vuole che, attraverso il Figlio, tutti gli uomini siano salvati, va fino alla fine, là dove noi non abbiamo più parole, dove siamo disorientati, dove la nostra religiosità è oltrepassata dall’eccesso dei pensieri di Dio.
Sul Golgota, infatti, contro tutte le apparenze, è questione di vita. E di grazia. E di pace. Si tratta non del regno del male che noi conosciamo fin troppo, ma della vittoria dell’amore.
E, proprio sotto la stessa croce, si tratta del nostro mondo, con tutte le sue cadute e i suoi dolori, i suoi appelli e le sue rivolte, tutto ciò che grida verso Dio, oggi, dalle terre di miseria o di guerra, nelle famiglie lacerate, nelle prigioni, sulle imbarcazioni sovraccariche di migranti…
Tante lacrime, tanta miseria nel calice che il Figlio beve per noi.
Tante lacrime, tanta miseria che non vanno perdute nell’oceano del tempo, ma sono raccolte da lui, per essere trasfigurate nel mistero di un amore in cui il male è inghiottito.
È della fedeltà invincibile di Dio alla nostra umanità che si tratta sul Golgota.
È una nascita che là si compie!
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la gioia del Vangelo è la verità di questo momento!
Se il nostro sguardo non raggiunge questa verità, allora restiamo prigionieri delle reti della sofferenza e della morte. E rendiamo vana per noi la Passione di Cristo.
Preghiamo.
Signore, i nostri occhi sono oscuri. E come accompagnarti così lontano?
«Misericordia» è il tuo nome. Ma questo nome è una follia.
Scoppino i vecchi otri dei nostri cuori!
Guarisci il nostro sguardo perché s’illumini della buona notizia del Vangelo, nell’ora in cui restiamo ai piedi della Croce del tuo Figlio.
E noi potremo celebrare «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Ef 3, 18) dell’amore di Cristo, col cuore consolato e abbagliato.

VIA CRUCIS
Prima stazione: Gesù è condannato a morte
Dal Vangelo secondo Luca
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio (22, 66).
Dal Vangelo secondo Marco
Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: “Fa’ il profeta!”. E i servi lo schiaffeggiavano (14, 64-65).
Meditazione
Non servirono molte discussioni agli uomini del Sinedrio per pronunciarsi. Già da molto tempo la causa era decisa. Gesù deve morire!
Così pensavano già quelli che volevano buttarlo giù dalla scarpata del colle, il giorno in cui, nella sinagoga di Nazaret, Gesù aveva aperto il rotolo proclamando in prima persona le parole del libro di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione […] a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18. 19).
Già quando aveva guarito il paralitico alla piscina di Betzatà, inaugurando il sabato di Dio che libera da tutte le schiavitù, le mormorazioni omicide si erano gonfiate contro di lui (cfr Gv 5, 1-18).
E, nell’ultimo tratto di strada, mentre saliva a Gerusalemme per la Pasqua, il cappio si era stretto, inesorabilmente: egli non sarebbe più sfuggito ai suoi nemici (cfr Gv 11, 45-57).
Ma dobbiamo avere una memoria ancora più lunga. A partire da Betlemme, dai giorni della sua nascita, Erode aveva decretato che egli doveva morire. La spada degli sbirri del re usurpatore massacrò i bambini di Betlemme. Quella volta Gesù sfuggì alla loro furia. Ma solo per un certo tempo. Già egli non era più che una vita in sospeso. Nel pianto di Rachele sui suoi figli che non sono più, risuona, a singhiozzi, la profezia del dolore che Simeone annuncerà a Maria (cfr Mt 2, 16-18; Lc 2, 34-35).
Preghiera
Signore Gesù, Figlio prediletto, che sei venuto a visitarci, passando in mezzo a noi e facendo il bene, riportando alla vita quanti abitano l’ombra della morte, tu conosci i nostri cuori tortuosi.
Noi affermiamo di essere amici del bene e di volere la vita. Ma siamo peccatori e complici della morte.
Noi ci proclamiamo tuoi discepoli, ma prendiamo strade che si perdono lontano dai tuoi pensieri, lontano dalla tua giustizia e dalla tua misericordia.
Non abbandonarci alle nostre violenze.
La tua pazienza per noi non si esaurisca.
Liberaci dal male!
Pater noster
«Popolo mio, che male ti ho fatto? In che ti ho provocato? Dammi risposta.»
Seconda stazione: Gesù è rinnegato da Pietro
Dal Vangelo secondo Luca
Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è galileo». Ma Pietro rispose: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente (22, 59-62).
Meditazione
Intorno ad un braciere, nel cortile del Sinedrio, Pietro e qualcun altro si riscaldano in quelle ore fredde della notte, attraversate da febbrili andirivieni. All’interno, la sorte di Gesù sta per decidersi, nel faccia a faccia con i suoi accusatori. Chiederanno la sua morte.
Come una marea che sale, intorno cresce l’ostilità. Come si infiamma la stoppia, l’odio attecchisce e si moltiplica. Ben presto una folla urlante esigerà da Pilato la grazia per Barabba e la condanna di Gesù.
Difficile dichiararsi amico di un condannato a morte senza essere attraversato da un brivido di terrore. La fedeltà intrepida di Pietro non riesce a resistere alle parole sospettose della serva, la portinaia del luogo.
Riconoscere che è discepolo del rabbi galileo, sarebbe dare più peso alla fedeltà a Gesù che alla propria vita! Quando implica tale coraggio, la verità fa fatica a trovare dei testimoni... Gli uomini sono fatti in modo che allora molti le preferiscono la menzogna; e Pietro appartiene alla nostra umanità. Tradisce, a tre riprese. Poi incrocia lo sguardo di Gesù. E le sue lacrime scendono, amare eppure dolci, come acqua che lava una sporcizia.
Presto, passato qualche giorno, vicino a un altro fuoco di brace, sulla riva del lago, Pietro riconoscerà il suo Signore risorto, che gli affiderà la cura delle sue pecore. Pietro imparerà senza misura il perdono che il Risorto pronuncia su tutti i nostri tradimenti. E prenderà parte ad una fedeltà che, da allora in poi, gli farà accettare la propria morte come un’offerta unita a quella di Cristo.
Preghiera
Signore, nostro Dio, tu hai voluto che sia Pietro, il discepolo rinnegato e perdonato, a ricevere l’incarico di guidare il tuo gregge.
Imprimi nei nostri cuori la fiducia e la gioia di sapere che, in te, possiamo attraversare i burroni della paura e dell’infedeltà.
Fa’ che, istruiti da Pietro, tutti i tuoi discepoli siano i testimoni dello sguardo che tu posi sulle nostre cadute. Che mai le nostre durezze o le nostre disperazioni rendano vana la Risurrezione del tuo Figlio!
Pater noster
Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.
Terza stazione: Gesù e Pilato
Dal Vangelo secondo Marco
Al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso (15, 1. 3. 15).
Dal Vangelo secondo Matteo
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!» (27, 24).
Dal libro del profeta Isaia
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti (53, 6).
Meditazione
Roma di Cesare Augusto, la nazione civilizzatrice, le cui legioni si propongono la missione di conquistare i popoli per portare loro i benefici del suo giusto ordine.
Roma, presente anche alla Passione di Gesù nella persona di Pilato, il rappresentante dell’Imperatore, il garante del diritto e della giustizia in terra straniera.
Eppure, lo stesso Pilato che dichiara di non trovare alcuna colpa in Gesù, è colui che ratifica la sua condanna a morte. Nel pretorio dove Gesù viene processato, la verità risplende: la giustizia dei pagani non è superiore a quella del Sinedrio dei Giudei!
Decisamente questo Giusto, che attira stranamente su di sé i pensieri omicidi del cuore umano, riconcilia ebrei e pagani. Ma lo fa, per ora, rendendoli ugualmente complici dell’uccisione di lui stesso. Tuttavia, viene il momento, anzi è vicino, in cui questo Giusto li riconcilierà in altro modo, per mezzo della Croce e di un perdono che li raggiungerà tutti, ebrei e pagani, li guarirà insieme dalle loro vigliaccherie e li libererà dalla loro comune violenza.
Una sola condizione per aver parte a questo dono: sarà confessare l’innocenza dell’unico Innocente, l’Agnello di Dio immolato per il peccato del mondo; sarà rinunciare alla presunzione che mormora dentro di noi: «Io sono innocente del sangue di quell’uomo»; sarà dichiararsi colpevoli, nella fiducia che un amore infinito avvolge tutti, ebrei e pagani, e che tutti Dio chiama a diventare suoi figli.
Preghiera
Signore, nostro Dio, davanti a Gesù consegnato e condannato, noi non sappiamo fare altro che discolparci e accusare gli altri. Per tanto tempo noi cristiani abbiamo addossato al tuo popolo Israele il peso della tua condanna a morte. Per tanto tempo abbiamo ignorato che dovevamo riconoscerci tutti complici nel peccato, per essere tutti salvati dal sangue di Gesù crocifisso.
Donaci di riconoscere nel tuo Figlio l’Innocente, l’unico di tutta la storia. Lui che ha accettato di essere “fatto peccato per noi” (cfr 2 Cor 5, 21), affinché per mezzo di lui tu potessi ritrovarci, umanità ricreata nell’innocenza nella quale ci hai creato, e nella quale ci rendi tuoi figli.
Pater noster
Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Quarta stazione: Gesù re della gloria
Dal Vangelo secondo Marco
I soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!» (15, 16-18).
Dal libro del profeta Isaia
Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato (53, 2-4).
Meditazione
Banalità del male. Sono innumerevoli gli uomini, le donne, persino i bambini violentati, umiliati, torturati, assassinati, sotto tutti i cieli e in ogni tempo della storia.
Senza cercare protezione nella condizione divina che gli è propria, Gesù si inserisce nel terribile corteo delle sofferenze che l’uomo infligge all’uomo. Conosce l’abbandono degli umiliati e dei più derelitti.
Ma quale aiuto ci può dare la sofferenza di un innocente in più?
Colui che è uno di noi è prima di tutto il Figlio prediletto del Padre, che viene a compiere ogni giustizia con la sua obbedienza.
E all’improvviso tutti i segni si capovolgono. Ecco che le parole e i gesti di scherno dei suoi torturatori ci svelano – oh paradosso assoluto – l’insondabile verità: quella della vera, dell’unica regalità, manifestata come un amore che non ha voluto sapere altro che la volontà del Padre e il suo desiderio che tutti gli uomini siano salvati. «Sacrificio e offerta non gradisci […]. Allora ho detto: “Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà”» (Sal 40, 7-9).
Questa ora del Venerdì Santo lo proclama: c’è una sola gloria in questo mondo e nell’altro, quella di conoscere e compiere la volontà del Padre. Nessuno di noi può ambire a una dignità più alta di quella di essere figlio in Colui che si è fatto obbediente per noi fino alla morte di croce.
Preghiera
Signore, nostro Dio, ti preghiamo: in questo giorno santo che porta a compimento la rivelazione, abbatti in noi e nel nostro mondo gli idoli. Tu conosci il loro potere sulle nostre menti e sui nostri cuori.
Abbatti in noi le figure menzognere del successo e della gloria.
Abbatti in noi le immagini che sempre riemergono di un Dio secondo i nostri pensieri, un Dio distante, così lontano dal volto rivelato nell’alleanza e che si manifesta oggi in Gesù, al di là di ogni previsione, al di sopra di ogni speranza. Lui che confessiamo come l’«irradiazione della [tua] gloria» (Eb 1, 3).
Fa’ che entriamo nella gioia eterna, che ci fa acclamare in Gesù rivestito di porpora e coronato di spine, il re della gloria che canta il salmo: «Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria» (24, 9).
Pater noster
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche,
ed entri il re della gloria
.
Quinta stazione: Gesù porta la croce
Dal Libro delle Lamentazioni
Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta, e con cui il Signore mi ha afflitta nel giorno della sua ira ardente (1, 12).
Dal Salmo 146
Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe: la sua speranza è nel Signore suo Dio […]. Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, […] il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova (146, 5. 7-8. 9).
Meditazione
Lungo l’aspro cammino del Golgota, Gesù non ha portato la croce come un trofeo! Egli non somiglia in nulla agli eroi della nostra fantasia che abbattono trionfanti i loro malvagi nemici.
Passo dopo passo ha camminato, il corpo sempre più pesante e più lento. Ha sentito la sua carne intaccata dal legno del supplizio, le gambe fiaccate sotto il carico.
Di generazione in generazione, la Chiesa ha meditato questa via segnata da inciampi e cadute.
Gesù cade, si rialza, poi ricade, riprende il cammino sfibrante, probabilmente sotto i colpi delle guardie che lo scortano, perché è così che sono trattati, maltrattati, i condannati in questo mondo.
Colui che ha fatto alzare i corpi allettati, raddrizzato la donna curva, strappato dal letto di morte la figlia di Giairo, rimesso in piedi tanti afflitti, eccolo oggi affondato nella polvere.
L’Altissimo è a terra.
Fissiamo lo sguardo su Gesù. Attraverso di lui, l’Altissimo ci insegna che è al tempo stesso – incredibile! – Il più Umile, pronto a scendere fino a noi, ancora più giù se necessario, così che nessuno si perda nei bassifondi della propria miseria.
Preghiera
Signore, nostro Dio, tu scendi nel profondo della nostra notte, senza porre limiti alla tua umiliazione, perché è in essa che raggiungi la terra spesso ingrata, a volte devastata, delle nostre vite.
Noi ti supplichiamo: fa’ che la tua Chiesa possa testimoniare che l’Altissimo e Il più Umile sono in te un solo volto. Concedile di portare a tutti coloro che cadono la buona novella del Vangelo: non c’è caduta che possa sottrarci alla tua misericordia; non c’è perdita, non c’è abisso tanto profondo che tu non possa ritrovare chi si è smarrito.
Pater noster
Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà.
Sesta stazione: Gesù e Simone di Cirene
Dal Vangelo secondo Luca
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene che tornava dai campi e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù (23, 26).
Dal Vangelo secondo Matteo
«Quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?» (25, 37-39).
Meditazione
Gesù inciampa lungo la via, la schiena schiacciata sotto il peso della croce. Ma bisogna andare avanti, camminare, e ancora camminare, perché è il Golgota, il sinistro “luogo del Cranio”, fuori dalle mura della città, la meta della squadriglia che incalza Gesù.
Passa di lì in quel momento un uomo, con le braccia robuste. Appare estraneo agli eventi del giorno. Sta tornando a casa, ignaro di tutta la vicenda del rabbi Gesù, quando viene precettato dalle guardie per portare la croce.
Che cosa avrà saputo del condannato spinto dalle guardie al supplizio? Cosa poteva conoscere di colui che «non aveva più aspetto d’uomo», come il servo sfigurato di Isaia?
Della sua sorpresa, forse di un suo iniziale rifiuto, della pietà che lo ha colto, nulla ci è detto. Il Vangelo ha conservato soltanto la memoria del suo nome: Simone, originario di Cirene. Ma il Vangelo ha voluto portare fino a noi il nome di questo libico e il suo umile gesto d’aiuto anche per insegnarci che, alleviando il dolore di un condannato a morte, Simone ha alleviato il dolore di Gesù, il Figlio di Dio, che ha incrociato la sua strada nella condizione di schiavo, assunta per noi, assunta per lui, per la salvezza del mondo. Senza che lui lo sapesse.
Preghiera
Signore, nostro Dio, tu ci hai rivelato che in ogni povero che è nudo, prigioniero, assetato, sei tu che ti presenti a noi, e sei tu che noi accogliamo, visitiamo, rivestiamo, dissetiamo: «Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36). Mistero del tuo incontro con la nostra umanità! Così tu raggiungi ogni uomo! Nessuno è escluso da questo incontro, se accetta di essere uomo di compassione.
Noi ti presentiamo, come un’offerta santa, tutti i gesti di bontà, di accoglienza, di dedizione che vengono compiuti ogni giorno in questo mondo. Degnati di riconoscerli come la verità della nostra umanità, che parla più forte di tutti i gesti di rifiuto e di odio. Degnati di benedire gli uomini e le donne di compassione che ti rendono gloria, anche se non sanno ancora pronunciare il tuo nome.
Pater noster
Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.

Settima stazione: Gesù e le figlie di Gerusalemme
Dal Vangelo secondo Luca
Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. […] Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (23, 27-28. 31).
Meditazione
Il pianto che Gesù affida alle figlie di Gerusalemme come un’opera di compassione, questo pianto delle donne non manca mai in questo mondo.
Esso scende silenziosamente sulle guance delle donne. Più spesso ancora, probabilmente, in modo invisibile, nel loro cuore, come le lacrime di sangue di cui parla Caterina da Siena.
Non che le lacrime spettino alle donne, come se la loro sorte fosse quella di piangere passive e impotenti, dentro una storia che gli uomini, da soli, sarebbero tenuti a scrivere.
Infatti i loro pianti sono anche, e innanzitutto, tutti quelli che esse raccolgono, lontano da ogni sguardo e da ogni celebrazione, in un mondo in cui c’è molto da piangere. Pianto dei bambini terrorizzati, dei feriti nei campi di battaglia che invocano una madre, pianto solitario dei malati e dei morenti sulla soglia dell’ignoto. Pianto di smarrimento, che scorre sulla faccia di questo mondo che è stato creato, nel primo giorno, per lacrime di gioia, nella comune esultanza dell’uomo e della donna.
Ed anche Etty Hillesum, donna forte d’Israele rimasta in piedi nella tempesta della persecuzione nazista, che difese fino all’ultimo la bontà della vita, ci suggerisce all’orecchio questo segreto che lei intuisce alla fine della sua strada: ci sono lacrime da consolare sul volto di Dio, quando piange sulla miseria dei suoi figli. Nell’inferno che sommerge il mondo, lei osa pregare Dio: «Cercherò di aiutarti», gli dice. Audacia così femminile e così divina!
Preghiera
Signore, nostro Dio, Dio di tenerezza e di pietà, Dio pieno d’amore e di fedeltà, insegnaci, nei giorni felici, a non disprezzare le lacrime dei poveri che gridano a te e che ci chiedono aiuto. Insegnaci a non passare indifferenti accanto a loro. Insegnaci ad avere il coraggio di piangere con loro. Insegnaci anche, nella notte delle nostre sofferenze, delle nostre solitudini e delle nostre delusioni, ad ascoltare la parola di grazia che tu ci rivelasti sul monte: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5, 4).
Pater noster
Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.
Ottava stazione: Gesù è spogliato delle vesti
Dal Vangelo secondo Giovanni
I soldati presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica (19, 23).
Dal libro di Giobbe
«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò» (1, 21).
Meditazione
Il corpo umiliato di Gesù viene spogliato. Esposto agli sguardi di derisione e di disprezzo. Il corpo di Gesù solcato di piaghe e destinato all’estremo supplizio della crocifissione. Umanamente, cos’altro ci sarebbe da fare che abbassare gli occhi per non accrescere il suo disonore?
Ma lo Spirito viene in aiuto al nostro smarrimento. Ci insegna a capire la lingua di Dio, lingua della kenosi, questo abbassamento di Dio per raggiungerci là dove siamo. È questa lingua di Dio che parla per noi il teologo ortodosso Christos Yannaras: «Lingua della kenosi: Gesù bambino nudo nella mangiatoia; spogliato nel fiume mentre riceve il battesimo come un servo; sospeso all’albero della croce, nudo, come un malfattore. Attraverso tutto questo egli ha manifestato il suo amore per noi».
Entrando in questo mistero di grazia, possiamo riaprire gli occhi sul corpo martoriato di Gesù. Allora incominciamo a scorgere ciò che il nostro occhio non può vedere: la sua nudità risplende di quella stessa luce che irradiava la sua veste al momento della Trasfigurazione.
Luce che scaccia ogni tenebra.
Luce irresistibile dell’amore fino alla fine.
Preghiera
Signore, nostro Dio, poniamo davanti ai tuoi occhi la folla immensa degli uomini che subiscono la tortura, la spaventosa schiera dei corpi maltrattati, tremanti d’angoscia all’avvicinarsi dei colpi, agonizzanti in sordidi bassifondi.
Ti supplichiamo, raccogli il loro gemito.
Il male ci lascia senza voce e senza aiuto.
Ma tu sai ciò che noi non sappiamo. Sai trovare un passaggio nel caos e nel buio del male. Sai far brillare, già nella Passione del tuo Figlio prediletto, la vita della risurrezione.
Aumenta in noi la fede!
Ti presentiamo anche la follia dei torturatori e di chi li comanda.
Essa pure ci lascia senza parole… Se non per pregarti e implorarti tra le lacrime con le parole della preghiera che tu ci hai insegnato: «Liberaci dal male»!
Pater noster
Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.
Nona stazione: Gesù è crocifisso
Dal Vangelo secondo Luca
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (23, 33-34).
Dal libro del profeta Isaia
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti (53, 5).
Meditazione
Veramente Dio è là dove non dovrebbe essere!
Il Figlio prediletto, il Santo di Dio, è quel corpo esposto su una croce d’infamia, abbandonato al disonore, in mezzo a due malfattori. Uomo dei dolori da cui ci si discosta; a dire il vero, come ci si discosta da tanti esseri umani sfigurati che incrociano le nostre strade.
Il Verbo di Dio, nel quale tutto è stato creato, non è più che una carne muta e sofferente. La crudeltà della nostra umanità si è accanita contro di lui, e ha vinto.
Sì, Dio è là dove non dovrebbe essere e dove, tuttavia, noi abbiamo tanto bisogno che sia!
Era venuto per condividere con noi la sua vita. «Prendete!», ha detto senza sosta mentre offriva la sua guarigione ai malati, il suo perdono ai cuori traviati, il suo corpo nella cena pasquale.
Ma si è ritrovato in mano nostra, in territorio di morte e di violenza: quella che ci lascia attoniti nell’attualità del mondo; e quella che serpeggia in ognuno. Lo sapevano bene i monaci uccisi a Tibhirine, che alla preghiera «Disarmali!» aggiungevano la supplica «Disarmaci!».
Era necessario che la dolcezza di Dio visitasse il nostro inferno, era l’unico modo per liberarci dal male.
Era necessario che Gesù Cristo portasse l’infinita tenerezza di Dio nel cuore del peccato del mondo.
Era necessario questo, perché, posta dinanzi alla vita di Dio, la morte indietreggiasse e cadesse, come un nemico che ha trovato uno più forte di lui e si dilegua nel nulla.
Preghiera
Signore, nostro Dio, accogli la nostra lode silenziosa.
Come i re che restano senza parole davanti all’opera del Servo rivelata dalla profezia di Isaia (cfr 52, 15), rimaniamo stupefatti dinanzi all’Agnello immolato per la vita nostra e del mondo; e confessiamo che dalle tue piaghe siamo stati guariti. «Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto? […] A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore» (Sal 116, 12. 17).
Pater noster
Cristo morto per i nostri peccati,
Cristo risorto per la nostra vita,
ti preghiamo, abbi pietà di noi.
Decima stazione: Gesù sulla croce è deriso
Dal Vangelo secondo Luca
I capi lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» (23, 35-39).
«Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane. […] Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: […] [gli angeli] ti porteranno sulle loro mani» (4, 3. 9-11).
Meditazione
Gesù non sarebbe potuto scendere dalla croce? A stento osiamo porci questa domanda: il Vangelo non la mette forse sulla bocca degli empi?
Eppure, essa ci perseguita, nella misura in cui facciamo ancora parte del mondo della tentazione, che Gesù ha affrontato durante i quaranta giorni nel deserto, preludio e inizio del suo ministero: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane, gettati giù dall’alto del tempio, perché Dio veglia su chi è suo amico”. Ma nella misura in cui, battezzati nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo, lo seguiamo sulla sua via, le sfide del Maligno non hanno più presa su di noi, sono ridotte a nulla, la loro menzogna è svelata.
Allora si scopre l’imperiosa necessità di quel «bisognava» (Lc 24, 26) che Gesù insegna con pazienza e ardore a coloro che erano in cammino sulla via di Emmaus.
«Bisognava» che il Cristo entrasse in questa obbedienza e in questa impotenza, per raggiungerci nell’impotenza in cui ci ha posti la nostra disobbedienza.
Cominciamo, così, a comprendere che «soltanto il Dio sofferente può salvare», come scriveva il pastore Dietrich Bonhoeffer pochi mesi prima di morire assassinato, quando, sperimentando sino in fondo il potere del male, poteva riassumere, in questa verità semplice e vertiginosa, la professione della fede cristiana.
Preghiera
Signore, nostro Dio, chi ci libererà dalle insidie del potere secondo il mondo? Chi ci libererà dalla tirannia delle menzogne, che ci fanno esaltare i potenti e rincorrere a nostra volta le false glorie?
Tu solo puoi convertire i nostri cuori.
Tu solo puoi farci amare i sentieri dell’umiltà.
Tu solo…, che ci riveli che non c’è vittoria se non nell’amore, e che tutto il resto non è che paglia che il vento disperde, miraggio che svanisce davanti alla tua verità.
Noi ti preghiamo, Signore, dissipa le menzogne che ambiscono a regnare sui nostri cuori e sul mondo.
Facci vivere secondo le tue vie, perché il mondo riconosca la potenza della Croce.
Pater noster
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Undicesima stazione: Gesù e sua madre
Dal Vangelo secondo Giovanni
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!», Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé (19, 25-27).
Meditazione
Maria, anche lei, è giunta al termine del cammino. Eccola arrivata a quel giorno di cui parlava l’anziano Simeone. Quando aveva sollevato con le sue braccia tremanti il bambino e il suo rendimento di grazie si era prolungato in parole misteriose, che intrecciavano insieme dramma e speranza, dolore e salvezza.
«Ecco – aveva proclamato – egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35).
Già la visita dell’angelo aveva fatto risuonare nel suo cuore l’incredibile annuncio: Dio aveva scelto la sua vita per far sbocciare la novità promessa a Israele, «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì» (1 Cor 2, 9; cfr Is 64, 3). E lei aveva acconsentito a quel progetto divino, che avrebbe cominciato a sconvolgere la sua carne e che avrebbe poi accompagnato su vie imprevedibili il figlio nato dal suo grembo.
Durante le giornate così ordinarie di Nazaret, poi al tempo della vita pubblica, quando c’era stato bisogno di fare spazio all’altra famiglia, quella dei discepoli, quegli estranei dei quali Gesù si faceva dei fratelli, delle sorelle, delle madri, lei aveva conservato queste cose nel suo cuore. Le aveva affidate alla grande pazienza della sua fede.
Oggi è il tempo del compimento. La lama che trafigge il fianco del Figlio trafigge anche il cuore di lei. Anche Maria s’immerge nella fiducia senza appoggio, in cui Gesù vive fino in fondo l’obbedienza al Padre.
In piedi, lei non diserta. Stabat Mater. Nel buio, ma con certezza, sa che Dio mantiene le promesse. Nel buio, ma con certezza, sa che Gesù è la promessa e il suo compimento.
Preghiera
Maria, madre di Dio e donna della nostra stirpe, tu che ci generi maternamente in colui che hai generato, sostieni in noi la fede nelle ore di tenebra, insegnaci la speranza contro ogni speranza.
Custodisci tutta la Chiesa in una vigilanza fedele, come fu la tua fedeltà, umilmente docile ai pensieri di Dio, che ci attirano là dove non penseremmo di andare; che ci associano, al di là di ogni previsione, all’opera della salvezza.
Pater noster
Salve, Regina, mater misericordiae;
vita, dulcedo et spes nostra, salve.

Dodicesima stazione: Gesù muore in croce
Dal Vangelo secondo Giovanni
[Gesù] disse: «Ho sete». Vi era là un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. […] Venuti da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate (19, 28-30. 33-35).
Meditazione
Adesso, tutto è compiuto. L’incarico di Gesù è portato a termine. Era uscito dal Padre per la missione della misericordia. Questa è stata adempiuta con una fedeltà che è andata fino all’estremo dell’amore. Tutto è compiuto. Gesù consegna il suo spirito nelle mani del Padre.
Apparentemente, è vero, tutto sembra piombare nel silenzio della morte che scende sul Golgota e sulle tre croci innalzate. In questo giorno della Passione che volge al termine, chi passa per quella via che cosa può capire se non la sconfitta di Gesù, il crollo di una speranza che aveva rincuorato molti, consolato i poveri, risollevato gli umiliati, lasciato intravedere ai discepoli che era arrivato il tempo in cui Dio avrebbe realizzato le promesse annunciate dai profeti. Tutto ciò sembrava perduto, distrutto, crollato.
Tuttavia, in mezzo a tanta delusione, ecco che l’evangelista Giovanni ci fa fissare gli occhi su un dettaglio minuscolo e si sofferma su di esso con solennità. Acqua e sangue colano dal fianco del Crocifisso. O stupore! La ferita aperta dalla lancia del soldato lascia passare dell’acqua e del sangue che ci parlano di vita e di nascita.
Il messaggio è estremamente discreto, ma tanto eloquente per i cuori che hanno un po’ di memoria. Dal corpo di Gesù sgorga la sorgente che il profeta ha visto uscire dal Tempio. La sorgente che cresce e diventa un fiume possente, le cui acque risanano e fecondano tutto ciò che toccano nel loro passaggio. Gesù un giorno non aveva definito il suo corpo come il nuovo tempio? E il «sangue dell’alleanza» accompagna l’acqua. Gesù non aveva parlato della sua carne e del suo sangue come cibo per la vita eterna?
Preghiera
Signore Gesù, in questi giorni santi del mistero pasquale rinnova in noi la gioia del nostro battesimo.
Quando contempliamo l’acqua e il sangue che colano dal tuo fianco, insegnaci a riconoscere da quale fonte la nostra vita è generata, da quale amore la tua Chiesa è edificata, per quale speranza da condividere nel mondo tu ci hai scelti e ci hai inviati.
Qui è la fonte di vita che lava tutto l’universo, sgorgando dalla piaga di Cristo. Il nostro battesimo sia per noi la sola gloria, in un rendimento di grazie pieno di meraviglia.
Pater noster
L’Agnello, che è stato immolato,
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione,
nei secoli dei secoli.
Tredicesima stazione: Gesù è deposto dalla croce
Dal Vangelo secondo Luca
[Giuseppe d’Arimatea] lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto (23, 53).
Meditazione
Gesti di premura e di onore per il corpo profanato e umiliato di Gesù. Alcuni uomini e donne si ritrovano ai piedi della croce. Giuseppe, originario di Arimatea, uomo «buono e giusto» (Lc 23, 50), che chiede il corpo a Pilato, riferisce san Luca; Nicodemo, colui che era andato da Gesù di notte, aggiunge san Giovanni; e alcune donne che, ostinatamente fedeli, osservano.
La meditazione della Chiesa ha voluto aggiungere ad essi la Vergine Maria, lei pure così verosimilmente presente a questo momento.
Maria, Madre di pietà, che riceve tra le sue braccia il corpo nato dalla sua carne e teneramente, discretamente accompagnato lungo gli anni, come madre sempre si prende cura di suo figlio.
Ormai, è un corpo immenso che ella raccoglie, a misura del suo dolore, a misura della nuova creazione che origina dalla passione d’amore che ha attraversato il cuore del figlio e della madre.
Nel grande silenzio che è sceso dopo le urla dei soldati, gli scherni dei passanti e i rumori della crocifissione, i gesti ora non sono che dolcezza, carezza di rispetto. Giuseppe cala il corpo che si abbandona tra le sue braccia. Lo avvolge in un lenzuolo, lo depone all’interno del sepolcro tutto nuovo, che attende il suo ospite nel giardino proprio accanto.
Gesù è strappato dalle mani dei suoi uccisori. Ormai, nella morte, si ritrova tra quelle della tenerezza e della compassione.
La violenza degli uomini omicidi è rifluita molto lontano. La dolcezza è ritornata nel luogo del supplizio.
Dolcezza di Dio e di coloro che gli appartengono, quei cuori miti ai quali Gesù promise un giorno che avrebbero posseduto la terra. Dolcezza originaria della creazione e dell’uomo ad immagine di Dio. Dolcezza della fine, quando ogni lacrima sarà asciugata, quando il lupo abiterà con l’agnello, perché la conoscenza di Dio avrà raggiunto ogni carne (cfr Is 11, 6. 9).
Canto a Maria
O Maria, non piangere più: il tuo figlio, nostro Signore, si è addormentato nella pace. E il Padre suo, nella gloria, apre le porte della vita!
O Maria, rallegrati: Gesù risorto ha vinto la morte!
Pater noster
Nella tua pace, Signore, mi corico e mi addormento;
mi risveglio: tu sei il mio sostegno.
Quattordicesima stazione: Gesù nel sepolcro e le donne
Dal Vangelo secondo Luca
Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto (23, 55-56).
Meditazione
Le donne se ne sono andate. Colui che avevano accompagnato, camminando tenaci e premurose sulle strade di Galilea, costui non c’è più. Ad esse egli non lascia per compagnia, stasera, che la visione impressa in loro del suo sepolcro e del lenzuolo dove ora riposa. Povero e prezioso ricordo di fervidi giorni svaniti. Solitudine e silenzio. Del resto, si avvicina shabbat, che invita Israele a cessare il lavoro, come Dio lo cessò quando la creazione fu completata, portata a compimento sotto la sua benedizione.
È di un altro compimento che oggi si tratta; per ora nascosto e impenetrabile. Shabbat in cui restare oggi immobili, nel raccoglimento del cuore e della memoria velata di lacrime. Preparando anche i profumi e gli aromi con cui esse renderanno il loro ultimo omaggio al suo corpo, domani, di buon mattino.
Ma, con quel gesto, si preparano soltanto a imbalsamare la loro speranza? E se Dio avesse preparato alla loro sollecitudine una risposta che esse non possono nemmeno prevedere, immaginare, intuire… La scoperta di una tomba vuota…, l’annuncio che lui non è più lì, perché ha spezzato le porte della morte…
Preghiera
Signore, nostro Dio, degnati di vedere e di benedire tutti i gesti delle donne che onorano in questo mondo la fragilità dei corpi che esse circondano di dolcezza e di onore.
E noi, che ti abbiamo accompagnato su questa via dell’amore fino alla fine, degnati di custodirci, con le donne del Vangelo, nella preghiera e nell’attesa che sappiamo esaudite dalla risurrezione di Gesù, che la tua Chiesa si accinge a celebrare nell’esultanza della notte pasquale.
Pater noster
A lui gloria e potenza nei secoli dei secoli! Amen!

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